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Un’agenda europea per l’economia collaborativa (2a parte)

Thematic photos on the 10 priorities of Juncker's CommissionNe avevamo già parlato in un post precedente, oltre un mese fa esprimendo varie perplessità; in data 22 giugno l’atto in questione (atto comunitario nr. 165) è stato assegnato alla 10ª Commissione permanente (Industria, commercio, turismo) in sede consultiva e diventerà presto oggetto di valutazione per la promulgazione di future leggi.  Ecco uno stralcio del documento:

[…] Con l’espressione “economia collaborativa”, detta anche “sharing economy”, la Commissione europea fa riferimento ai “nuovi modelli imprenditoriali in cui le attività sono facilitate da piattaforme di collaborazione che creano un mercato aperto per l’uso temporaneo di beni o servizi spesso forniti da privati“. Essa coinvolge tre categorie di soggetti:
1. i prestatori di servizi che condividono beni, tempo e risorse. Può trattarsi sia di privati che operano su base occasionale (“pari”) che di professionisti (“prestatori di servizi professionali”);
2. gli utenti;
3. gli intermediari che attraverso piattaforme online mettono in comunicazione i prestatori e gli utenti (“piattaforme di collaborazione”).
L’economia collaborativa copre una grande varietà di settori, che vanno dagli alloggi al turismo, al trasporto di persone, ai servizi alle famiglie.

Crea nuove opportunità sia per i consumatori (accesso a nuovi servizi, offerta più ampia e prezzi inferiori), che per le imprese che investono nell’innovazione (opportunità di crescita sia nel loro paese che all’estero).  Accresce altresì l’occupazione e permette ai lavoratori di beneficiare di una maggiore flessibilità. Secondo la Commissione europea, se sviluppata e promossa in modo responsabile, l’economia collaborativa potrà dare un contributo importante alla crescita e all’occupazione. L’economia collaborativa si sta espandendo velocemente nell’UE: nel 2015 i ricavi totali lordi di piattaforme e prestatori di servizi di collaborazione sono stati stimati a 28 miliardi di euro. In cinque settori chiave (locazione a breve termine di alloggi, trasporto di persone, servizi alle famiglie, servizi tecnici e professionali e finanza collaborativa) i ricavi sono quasi raddoppiati rispetto al 2014 e si prevede che continueranno a crescere.  In base ad uno Studio condotto dal Servizio Studi e Ricerche del Parlamento europeo in futuro l’economia collaborativa potrebbe apportare all’UE da 160 a 572 miliardi di ulteriore giro d’affari.  Tuttavia l’emergere di nuovi modelli imprenditoriali ha spesso un’ incidenza sui mercati esistenti, creando attriti con i fornitori di beni e servizi tradizionali. Inoltre, poiché nell’ambito dell’economia collaborativa sono meno nette le distinzioni tra consumatori e prestazioni di servizi, lavoratori autonomi e subordinati, prestazioni di servizi a titolo professionale o non professionali, spesso si crea incertezza riguardo alle norme vigenti da applicare, soprattutto in materia di protezione dei consumatori, fiscalità, licenze, sicurezza e salute, sicurezza sociale e tutela dell’occupazione. Tanto più che mano a mano che l’economia collaborativa si diffonde nell’UE le autorità nazionali e locali degli Stati membri stanno rispondendo con un insieme di interventi normativi quanto mai eterogenei che rischiano di creare  disparità e frammentazione del mercato. Un approccio frammentato e non coordinato impedisce di trarre pieno profitto dai vantaggi offerti da questi nuovi modelli imprenditoriali, ostacolando la crescita e l’innovazione.  Con la Comunicazione in esame la Commissione europea intende affrontare tali difficoltà e incertezze e incoraggiare un contesto normativo che permetta ai modelli imprenditoriali dell’economia collaborativa di svilupparsi proteggendo i consumatori  e garantendo condizioni eque sia in materia fiscale che di occupazione.  A tal fine fornisce una guida sull’applicazione coerente delle norme UE a questo settore e formula degli orientamenti giuridici e strategici (non vincolanti) per le autorità pubbliche, gli operatori del mercato  e i cittadini interessati. Invita quindi gli Stati membri a riesaminare le loro normative nazionali alla luce di tali orientamenti, annunciando il proprio sostegno in questo processo. […]

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6 thoughts on “Un’agenda europea per l’economia collaborativa (2a parte)

  1. Avanti così. Una platea di semidisoccupati che vengono sfruttati dalle multinazionali, con zero investimenti, fottendo risorse agli stati e ai lavoratori regolari. Che ideata. Bisogna proprio cambiare le leggi se no come faranno questi schifosi ad arricchirsi per bene! Al rogo!!!

  2. ‘Economia collaborativa’… che bella parola, e quanto amore verso il prossimo, il voler fare il bene di tutti, si perché coloro che hanno a disposizione qualcosa decidono di condividerlo o
    affittarlo a qualcun’altro che per pochi spiccioli può goderne beato. È tutto così bello, me sembra de vede’ er nirvana ao mazza quanto è bello, ao e collabbora no falla gira’… Fatemi capire, in tutta questa generosità e bontà d’animo che trasuda da ogni poro che ci azzecca la percentuale da dare alla Multinazionale? Perché la tanto disponente Multinazionale con i proventi comodi non crea degli asili per i figli di coloro che hanno la possibilità di condividere tutto? Oppure dona degli alloggi per le famiglie che condividono i debiti con figli e nipoti, perché non ristruttura le scuole dove i professori condividono la loro istruzione con i ragazzi? Perché non costruisce delle carceri dove i detenuti possono condividere la loro sofferenza in modo dignitoso? Perché non migliora le strutture ospedaliere dove i cittadini hanno la possibilità di condividere una guarigione da una malattia? Insomma, perché invece di migliorare le condizioni di vita della gente che condivide la propria esistenza nello Stato in cui è nata, si intasca praticamente le tasse degli Stati ( impoverendoli ulteriormente ) in cui opera e non li condivide con nessuno se non con un conto off-shore alle Cayman?

  3. Il succo sta tutto nel passo in cui si parla di miliardi di euro, a principale beneficio dei soliti noti, ovviamente. Il resto è solo buonismo rancido, ovvero cibo per gonzi

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