Una grido di dolore, una rivendicazione

Non mi sono ancora abituato a leggete le cazzate che qualcuno scrive sulle colonnine telefoniche e sebbene  continui a pensarla allo stesso modo, cioè che siano una forma d’espressione immatura ad opera di persone immature, lancio uno sguardo ogni tanto per vedere se la musica cambia o sono sempre le solite menate contro le seconde guide,  le loro mogli,mamme e sorelle ipoteticamente dedite al meretricio. Beati i single e figli unici: si beccano solo il 33% degli insulti. Però questa volta un collega ha lasciato il segno, ma soprattutto ha lanciato un messaggio: lo vedete scritto chiaramente sulla colonnina nella foto qui a fianco, ancora stranamente  immacolata dalle solite lordure.
Riprendiamoci ciò che è nostro e che deve essere gestito da noi. Un grido di dolore (!) che presuppone un forte e immediato desiderio di rivendicazione. Accantonando il facile e banale accostamento al sesso contro natura, mi pare che la metafora sia più che azzeccata: basta delegare chi ci usa senza il nostro consenso, basta subire abusi e lacerazioni morali contro le quali nessun lenitivo è più efficace.  Questa per lo meno è la mia interpretazione e se ho chiaramente generalizzato,  non mi sembra difficile ritrovare queste condizioni nella nostra realtà quotidiana, più nello specifico nei rapporti conflittuali con i sindacati, le associazioni, le istituzioni, le amministrazioni, gli organi di informazione. 
 

2 commenti

  1. E’ prorpio vero che il nostro è un lavoro dove ti devi fare il culo!!
    Riprendiamo il contollo della nostra professione, forse il collega che ha vergato la colonnina con siffatta dolce metofara intendeva questo.

I commenti sono chiusi.