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Dall’Afghanistan all’Italia. I “Taxi rosa” di Kabul: in salvo le autiste

avvenire.it Erano state insultate per strada e nelle ultime settimane anche minacciate: «Siete una vergogna. Tornerete presto a casa, smetterete di girare libere per la città». Le autiste professioniste dei Pink Shuttle, la piccola flotta gestita a Kabul da donne e adibita al trasporto collettivo di donne, ora sono in salvo in Italia con le loro famiglie. La onlus romana Nove, che ha sviluppato il progetto dei ‘taxi rosa’ insegnando a guidare a decine di donne per trasportare, in accordo con usi e costumi locali, solo altre donne, ha gestito in tempi da record una complicatissima evacuazione umanitaria, grazie a due voli charter messi a disposizione da Giovanna Foglia del trust ‘Nel nome della donna’ e dall’impegno senza sosta del Comando operativo di Vertice Interforze, del ministero degli Esteri e dei carabinieri del Tuscania.

Oltre 300 civili afghani, collaboratori di varie ong tra cui la Comunità di Sant’Egidio, entrati con le famiglie nelle liste delle persone ad alto rischio, hanno rocambolescamente raggiunto in due riprese l’aeroporto di Kabul. Gli ultimi gruppi si sono radunati nella notte tra sabato e domenica, con rischi enormi a causa del coprifuoco imposto dai taleban. Grazie a spostamenti coordinati e sorvegliati, alle 8 di domenica sono finalmente arrivati ai gate, superando la calca di cittadini che hanno preso d’assalto lo scalo.

«Per riconoscere i nostri gruppi abbiamo chiesto a tutti di indossare qualcosa di rosso», racconta ad Avvenire Susanna Fioretti, presidente di Nove, ancora incredula di come la sua piccola onlus sia riuscita in pochissimi giorni a organizzare e gestire una operazione così complessa. Due voli militari dell’Aeronautica, sabato e domenica, hanno trasportato i civili a Kuwait City, e da lì l’Airbus A320 messo a disposizione gratuitamente della compagnia Electra Airways ha fatto la spola con Fiumicino.

Cosa resterà dei progetti di cooperazione che Nove onlus stava sviluppando dal 2012 in Afghanistan? Corsi di imprenditorialità per donne, inserimento sportivo dei disabili, il Pink Shuttle… «Il Woman in Business Hub è sospeso, l’insegnante di computer è entrata nelle liste di evacuazione urgente, come le autiste degli Shuttle, le loro famiglie, la coordinatrice e due membri dello staff», elenca Susanna Fioretti. Nove ha distrutto i documenti che mettevano a rischio i collaboratori, oscurato il sito web e messi al sicuro i sei minivan. Ma non tutto è perduto: la sede è ancora aperta, resta attivo il progetto per la costruzione di un palazzetto dello sport per disabili a Herat, il secondo in Afghanistan dopo quello di Kabul. «Una struttura che consentirà anche alle ragazze di praticare sport, attività proibita all’aperto ». Prosegue l’assistenza ad alcuni bambini e famiglie, compresa quella di una neonata superstite all’attacco del Daesh al reparto maternità dell’ospedale di Kabul nel maggio 2020.

«Non abbandoneremo l’Afghanistan. Stiamo aspettando le nuove leggi: i taleban dicono che le donne potranno continuare a lavorare e a studiare ‘compatibilmente con la sharia’. Vedremo cosa questo vorrà dire». Fioretti ha pianto vedendo scomparire anni di duro lavoro a fianco delle donne. Il piano B prevede la conversione dei minivan del Pink Shuttle in strutture mobili di emergenza. C’è già un finanziatore, la Fondazione Only the Brave. «A bordo salirà una dottoressa. Andremo nei quartieri più poveri, per distribuire cibo e medicinali e per trasportare in ospedale le donne che necessitano di cure. Qualunque cosa il regime ci consentirà di fare, la faremo. Lo dobbiamo alle donne afghane».

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