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Una corsa a costo zero in Olanda. Perché Uber ha un problema con le tasse


altreconomia.it Uber ha un problema con le tasse. L’accusa rivolta alla multinazionale del trasporto privato e della consegna a domicilio, già sotto la lente per il mancato rispetto dei diritti dei lavoratori, è contenuta nel rapporto “Taken for a ride”, pubblicato nella primavera 2021 dal Centro per la responsabilità e la ricerca della fiscalità internazionale d’impresa (Cictar). La tesi dell’organizzazione australiana, che si occupa di politiche fiscali e comportamenti delle imprese, è che Uber abbia creato un vero e proprio sistema volto a eludere le imposte da qui ai prossimi anni. “È la Champions League dell’elusione fiscale”, ha spiegato Jason Ward, analista di Cictar, rispondendo alle domande della rivista olandese De Groene Amsterdammer.

Nel 2019 Uber ha registrato profitti per 5,8 miliardi di dollari, spiegano i ricercatori: questi sono stati registrati da società madre che ha sede in Olanda e controlla oltre cinquanta succursali con uffici nello stesso Paese. Il guadagno comprende i ricavi provenienti da tutto il mondo, esclusi Cina e Stati Uniti. Tuttavia gli analisti di CICTAR fanno notare come Uber abbia creato ad Amsterdam una sorta di rifugio fiscale per otto miliardi di dollari, che permette alla società di pagare una quota minima di tasse.

Alla base della strategia utilizzata da Uber c’è il fatto che ogni profitto venga registrato nei Paesi Bassi, tranne appunto quelli ottenuti in Cina e negli Stati Uniti. Questo accade perché è la maggior compagnia olandese a detenere le proprietà intellettuali e le tecnologie della multinazionale: questi sono stati spostati dalle Bermuda nel 2019, attraverso un’operazione interna dal valore di 16 miliardi di dollari. In tal modo, tutti i ricavi possono essere registrati nel Paese europeo, che gode di un sistema di tassazione agevolato. Il guadagno della multinazionale consiste infatti nel pagamento di royalties da parte degli autisti e dei rider, che in questo modo ottengono il permesso di utilizzare il marchio.

La creazione del “rifugio” olandese è particolarmente problematica e andrebbe sottoposta a maggiori controlli, sottolineano i ricercatori di Cictar, in quanto permette a Uber di pagare tasse minime e di garantirsi un peso fiscale estremamente leggero anche per i prossimi anni. Il rapporto indica come, a fronte del bilancio positivo del 2019, la multinazionale abbia potuto dichiarare una perdita di 4,5 miliardi di dollari, evitando quindi un importante carico fiscale. Ad essere incriminata è soprattutto l’operazione che ha permesso di spostare la proprietà intellettuale nel 2019: per portarla a termine, la società olandese ha dovuto ricorrere a un prestito di 16 miliardi di dollari da parte di una compagnia con sede a Singapore, anch’essa facente parte del gruppo di Uber. Il prestito comporta il pagamento di alti tassi d’interesse, che permettono a Uber di detrarre ogni anno un miliardo di dollari dal proprio carico fiscale, per i prossimi vent’anni.

Il rapporto sottolinea in definitiva la necessità di arrivare a un cambiamento delle regole fiscali, sia a livello nazionale sia a livello globale. Solo una riforma di questo tipo potrebbe assicurare il sostegno delle grandi compagnie -attraverso il pagamento delle tasse- alla “ripartenza”, dopo la crisi causata dalla pandemia. L’organizzazione chiede quindi che Uber e le altre multinazionali siano considerate come un unico soggetto globale e non invece come una serie di società che fanno affari tra loro. Inoltre, Cictar indica la necessità di potenziare il “public country by country reporting”, approvato a fine febbraio dall’Unione europea: se implementato permetterebbe infatti di capire a quanto ammontano i profitti spostati nei Paesi Bassi, ogni anno, e quanto queste operazioni danneggino i bilanci degli altri Stati.

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