Fra il 353 a.c. e il 348 a.c , anno presunto della morte del grande filosofo ateniese, Platone scrisse Le Leggi, un dialogo suddiviso in 12 libri, in cui si immagina che tre saggi anziani, uno spartano, un cretese e un ateniese (Platone stesso) mentre si stanno recando da Cnosso all’antro di Zeus, dove si trova il santuario dedicato al re degli dei, discutano tra loro sulla costituzione dello stato e sulle leggi, ovvero su quali norme debbano essere adottate nella fondazione di una nuova città per assicurare la giustizia e la pace fra tutti i cittadini. Ma qual’è l’essenza delle leggi per Platone? Esse sono il giudizio della ragione, la più alta facoltà degli esseri umani, su ciò che è bene e ciò che è male, su ciò che è giusto e su ciò che è ingiusto, sono quindi un riflesso dell’ordine divino presente nel cosmo del quale l’ordine politico è solo una parte più piccola e subordinata. Ecco perchè i governanti devono essere assoggettati alle leggi e devono garantire che vengano rispettate ed applicate, ed ecco perchè non dovrebbero cambiarle se non in casi eccezionali.
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