I primi clienti di Uber siamo noi autisti

Il colosso californiano di taxi privati, sotto tiro nel mondo, taglia le tariffe. Ma a farne le spese sono i conducenti, in America come in Europa. E nella capitale cresce lo scontento. Il racconto di uno di loro. Da pagina99we di sabato 13 dicembre

asiniAsciuga le gocce di pioggia una a una sulla sua Mercedes scura da 50 mila euro. Marco o un nome qualsiasi, «perché non si sa mai», è un autista professionista che lavora per Uber, il servizio privato concorrente dei taxi che si prenota e si paga tramite un’applicazione sul cellulare. Un’invenzione nata a San Francisco nel 2009 e diffusa in 250 città in tutto il mondo (in Italia a Milano, Roma, Genova, Torino e Padova), un valore stimato di 40 miliardi di dollari, una valanga di polemiche nell’ultimo mese che avrebbero ucciso un business appena meno solido. Accuse di sessismo ad alcuni autisti negli Usa, accuse di concorrenza sleale, il suo numero due che minaccia i giornalisti troppo critici. La scorsa settimana, la più nera della sua storia, Uber ha subito la messa al bando in India (dopo lo stupro di una donna da parte di un autista), in Spagna, in Thailandia e a Rio de Janeiro, più due cause per illeciti avviate a San Francisco e a Los Angeles. Infine, anzi è l’inizio, una guerra aperta con i tassisti di tutto il mondo. 

Dopo aver parlato con alcuni driver – parole a mezza bocca, diversi «no grazie» – e altrettanti tassisti, incontriamo Marco in un interno giorno di un garage a Roma, dove Uber è sbarcata nel 2013. Vogliamo capire perché nella capitale di Uber si parli poco, al punto che non c’è nemmeno scontro con i tassisti, caso unico al mondo. «Lavorano nei sotterranei, per ora», commenta cattivo un giovane tassista pubblico.

Che il colosso sia finito in panne proprio a San Pietro? «A Roma Uber funziona benissimo», dice a pagina99 Benedetta Arese Luchini, direttrice della filiale italiana, «forse se ne parla poco perché c’è spazio per tutti». Marco è un Ncc, acronimo di Noleggio con conducente, e fa parte del’Anar, l’associazione degli autisti romani. Come altri, si è iscritto a Uber via internet, convocato nella sede romana della società ai piedi di Monte Mario, documenti, fedina penale pulita, «un’oretta di indottrinamento», un iPhone in dotazione con app inserita e via per strada ad aspettare clienti.

«Ma c’è un certo timore a dire che si lavora per Uber, a Roma c’è troppa ignoranza». Timore dei tassisti? «Con loro – ci spiega Marco – noi Ncc abbiamo fatto una guerra comune qualche anno fa contro gli abusivi e quelli con le licenze di fuori Roma. Ma se non è scoppiato lo scontro tra taxi e Uber è soltanto perché la società americana finora ha ingaggiato autisti Ncc della sola capitale. Hanno avuto paura ad allargare l’iscrizione a tutti dopo il casino successo a Milano». Dove i tassisti sono scesi in sciopero, hanno manifestato per strada, portando dalla loro parte il Comune e il ministro dei trasporti Maurizio Lupi, e arrivando perfino a minacciare in alcuni casi Arese Luchini. Insomma, tolleranza zero per la concorrenza.

Prossima chiamata Roma? «I tassisti si stanno preparando», dice Marco, «se Uber apre alle licenze di fuori città sarà guerra». E che guerra: i tassisti calcolano che a Roma ogni giorno circolano «8 mila auto con licenze di comuni limitrofi, più o meno il numero di tutti i taxi della capitale, cui vanno aggiunti 1.200 Ncc registrati in città».

Una guerra tra poveri? In America, sul proprio blog Uber ha sostenuto nel maggio scorso che a New York un driver intasca mediamente all’anno 90.766 dollari, mentre «i tassisti vivono spesso sotto la soglia di povertà». Sono 74 mila euro, roba da farci un pensierino anche per chi ha altri mestieri – se ancora li ha.

Nella capitale, secondo Uber i propri autisti sono «diverse centinaia», tra cui «diverse donne, le quali possono così sostenere le proprie famiglie, pagare gli studi dei figli e in alcuni casi sono diventate mini-imprenditrici, facendo azienda e creando posti di lavoro». «A Roma siamo pochi – ci sussurra Marco – non più di 100, 150, e di donne ne conosco soltanto due». Come mai? Non si guadagna bene, considerando che una corsa costa mediamente il 20% in più di un taxi, pure in cambio di un servizio che sulla carta si vuole impeccabile, e che Uber si prende il 20%? «Non è più così. All’inizio Uber garantiva in effetti un buon guadagno e tra noi c’era molto interesse. Poi hanno abbassato le tariffe, a Roma la corsa minima è scesa da 15 euro a 10 e da ottobre a 8, credo sia la più bassa d’Europa. Per andare in aeroporto si pagano 50 euro, meno di un taxi che solo entro le mura del centro costa 48 euro. La società sostiene che è un modo per allargare l’utenza, ma la verità, come dice un mio collega, è che così i primi clienti di Uber siamo noi autisti. La compagnia guadagna di più mentre, per ottenere la stessa cifra dell’anno scorso, dobbiamo fare più corse, dunque spendere e lavorare di più. Uber ci chiede di tenere a bordo acqua minerale, caramelle, fazzoletti di carta, ma se aggiungiamo pure queste spese, come si fa?».

Arese Luchini ribatte che «il nostro obiettivo è diminuire i tempi di attesa a qualche minuto, se i tagli di prezzi allontanassero davvero i driver dall’utilizzo della nostra app le assicuro che non li faremmo». Conti in tasca, il cliente paga direttamente con carta di credito alla società, che gestisce applicazione e transazioni dall’Olanda, scelta come sede europea ufficialmente perché «ha un sistema più facile da approcciare per una società americana e soprattutto è molto efficiente». Su 8 euro di corsa, un driver riceve via Amsterdam un bonifico di 6,4 euro comprensivo della restituzione dell’Iva al 10% che l’autista paga in Italia con le tasse. «A Uber non esiste il nero – continua Marco – perché tutto è regolato con carte di credito».

Sui soldi, par di capire che Roma non è New York. «Uber insiste che bisogna lavorare come a Milano soprattutto il sabato e domenica e la sera, ma a Roma c’è più lavoro di giorno. Qui non c’è la mentalità di uscire a cena senza la propria macchina. Lavoriamo soprattutto con i turisti da marzo in poi, quelli americani ci conoscono, è tutto più facile. I clienti di giorno sono di categoria medio-alta. Ma ad alcuni questa rincorsa a prendere più corse abbassando le tariffe non è piaciuta, sono preoccupati che il servizio venga snaturato». Un tassista pubblico ci fa sbirciare una chat interna su cui vengono scambiate informazioni fra colleghi. Si dà ragione indirettamente ai concorrenti di Uber: «Hanno tariffe molto più economiche dei nostri taxi».

Torniamo da Marco: a voi di Uber in tasca quanto resta? «Dipende, io che lo faccio non ogni giorno posso arrivare a 1.000 euro al mese lordi, netti faccia la metà». Per capire, rigiriamo subito la cifra a un tassista di radio taxi, 8 ore al giorno in servizio: «1000 euro lordi al mese? Non sempre ci si arriva». Insomma, siamo lì, ma i pubblici stanno di più per strada. «Uber – rilancia Marco – incentiva soltanto chi s’impegna quasi esclusivamente per la società: a chi sta in strada dalle 19 alle 6 del mattino, dà un bonus di 10 euro oltre alla tariffa minima di 8 euro. Ma non a tutti i driver: soltanto a chi in settimana ha fatto almeno 50 corse. Abbiamo chiesto a Uber di tagliare, insieme alle tariffe, la sua percentuale del 20%. La risposta? Indovini lei».

Un commento

  1. …i primi clienti di U… siete voi autisti,….per quello che mi riguarda che si fottano questi caporali di cacca.
    firmato
    taxitrader.-

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